UNO STRANO INCONTRO
Anche se è passato molto tempo, sono trascorsi più di dieci anni da quel giorno, ricordo ancora molto bene gli avvenimenti per poterli raccontare per la prima volta; col tempo si sarà pure perso per strada qualche piccolo dettaglio, ma quel che ho visto, sentito e detto allora è ancora fresco nella memoria come se fosse accaduto ieri.
Dunque, doveva essere un pomeriggio d’inverno del novantaquattro o novantacinque; mi trovavo, come ogni giorno, nel retro del mio laboratorio, che sta sulla via principale del paese.
Il mio laboratorio si compone di due stanze al pian terreno, di cui una con l’ingresso dalla strada.
Mi piace definire laboratorio il posto dove svolgo la mia attività, perchè un po’ mi riconosco nel mondo dell’artigianato, tra le persone che vivono solo del proprio lavoro.
Mi sorpresi a pensare, mentre svolgevo il mio lavoro manuale, ad un argomento per me inusuale: le Beatitudini.
Perchè proprio quell’argomento, non saprei dire. Non ho mai pensato di essere un buon Cristiano, né un assiduo Fedele, vivo la religione come tanti, credo; semplificando al massimo potrei dire “cercando di fare il bene ed evitando di fare il male”.
A volte si vivono momenti strani: il bicchiere è sempre mezzo vuoto, e tutto è nero. Certi giorni pare che tutto ci precipiti addosso, che non ci sia più alcuna via d’uscita; è allora che i pensieri galoppano a briglie sciolte nella sterminata prateria e capita, a volte, che si avventurino anche là dove non dovrebbero, anche là dove è pericoloso soffermarsi.
Chi ha Fede trova allora la sua via d’uscita. Le Beatitudini, quale sollievo per l’Anima in pena!
...Beati gli afflitti...
...Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia...
Un tarlo però si era messo al lavoro. Nella mia profonda ignoranza non avevo ancora imparato l’insegnamento della Bibbia: “Non cercare le cose troppo difficili per te, non indagare le cose per te troppo grandi”[1].
...Beati i miti..., Beati i puri di cuore...
...Beati gli umili, perché di essi è il Regno dei Cieli.
Buona questa. Beati gli umili!
Se così fosse, sarebbe sufficiente umiliarsi per ottenere tutto?
Tutto cosa? “Solo” il Regno dei Cieli, o anche qualche cosa sulla terra?
Ma poi, chi sono gli Umili? Che cos’è l’Umiltà?
Non è forse umile il mendicante? Egli si umilia, e spesso riceve in cambio l’elemosina.
Però, tra tanti mendicanti veri, c’è anche chi si umilia apposta per avere una “ricompensa” e poi si scopre che, in questo modo, si è molto arricchito!
Tutti questi pensieri mi confondevano sempre più.
Allora, è Umile solo chi si umilia “naturalmente”, cioè chi è nato Umile?
Bah. Cosa ci sarà di più facile che umiliarsi davanti agli altri?
Mi scossi da questi ragionamenti tutti ingarbugliati, perchè mi pareva di aver sentito un rumore alla porta che dà sulla strada. Un rumore come di porta che si chiude, strano, non l’avevo sentita aprirsi.
Posai l’utensile che avevo in mano e mi recai nell’altra stanza.
Lui era lì. Fermo. A un passo dalla porta.
Non aveva suonato il campanello come tutti; non aveva chiesto “Permesso?”.
Però era lì.
Era alto, magro, vecchio, il viso smunto, gli occhi infossati. Non ricordo i suoi capelli, né se portava un cappello, o se lo tenesse in mano in segno di ossequio.
Indossava una giacchetta di velluto marrone scuro a costine; non doveva avere un gran caldo!
Una giacchetta stretta stretta, di quelle che si usavano una volta; copriva un gilet di lana e una camicia bianca abbottonata fino al collo, ma senza cravatta.
I pantaloni, invece erano larghi, sempre di velluto, ma di un marrone più chiaro.
Un po’ corti, tanto che si vedevano bene le scarpe, da lavoro, grosse, forse anche chiodate!
Erano decenni che non ne vedevo di quel tipo!
Non aveva però l’aria di un pezzente, aveva una sua dignità che dimostrava stando dritto in piedi.
Dopo un attimo di comprensibile smarrimento, gli rivolsi la consueta richiesta.
– Desidera?
Il vecchio socchiuse la bocca. La voce, dapprima stentata, poi via via più sicura pareva inciampare nei pochi denti rimasti.
– Lei mi deve aiutare, – mi disse con chiaro accento veneto.
– Ben volentieri, se posso. Si accomodi. – gli risposi invitandolo al tavolo.
– Allora, – gli dissi dopo che ci fummo seduti, – in che cosa posso esserle utile?
– Non avrebbe qualche cosa da farmi fare? Sa, – continuò il vecchio, – io sto cercando un lavoro.
Credo di essere rimasto per qualche attimo a bocca aperta.
Non era certo il tipo adatto per qualche lavoro manuale! Sembrava anche un po’ malfermo sulle gambe, e poi era vecchio! A vederlo così, dimostrava forse più di settant’anni!
– Sa, non è per me che chiedo un lavoro, – continuò il vecchio vedendo il mio stupore. – Cerco di dare una mano a mio nipote che si trova un po’ in difficoltà!
– E che tipo di lavoro cerca? – gli chiesi assecondandolo.
– Beh, ora sono in pensione, ma ho lavorato molti anni nelle ferrovie. Facevo il contabile.
Già me lo figuravo.
Con le manichette (o sopramaniche) nere, tirate su fino al gomito, dietro una di quelle grosse scrivanie di legno massiccio col piano verde, con davanti un grosso registro, di quelli con le pagine bordate di rosso, con in mano una penna col pennino e col suo bravo calamaio.
Il suo ufficio doveva essere, come altri dell’epoca, col soffitto alto alto, con una sola fioca luce al centro, completata da un “cappello” di lamiera smaltata di bianco col bordo blu.
– Mi dispiace, – cercai di giustificarmi senza dispiacergli. – Non saprei proprio come aiutarla.
– Dunque, non mi vuole aiutare? – tagliò corto il vecchio.
– Non è che non voglio, – protestai timidamente. – Non conosco nessuno che possa essere interessato ad assumere un contabile!
Già, un contabile! Che strano modo per dire “impiegato!
– E allora come faccio ad aiutare mio nipote? – disse quasi tra se e se il vecchio rattristandosi. – Sia gentile, – mi disse. – Mi faccia la carità, mi dia del denaro che io possa far avere a mio nipote.
Pensai tra me che suo nipote, nel caso, magari, avrebbe potuto anche darsi da fare, anziché mandare in giro un povero vecchio, al freddo, a chiedere la carità.
E magari il nipote era anche grande e grosso! Povera gioventù senza arte né parte!
Tirai fuori con rammarico il portafogli: anche quel tipo, con la scusa del lavoro, in fondo cercava solo soldi!
Aprii il portafogli avendo già deciso di dargli un paio di biglietti da diecimila lire, quel vecchio forse ne aveva bisogno per sé, e la storia del nipote era solo una pietosa bugia.
Con stupore mi accorsi di avere a disposizione solo una banconota da diecimila lire, una da cinquantamila ed alcune monete da cento e duecento lire.
Dopo un attimo di indecisione, tirai fuori quella da diecimila lire, convenendo che cinquantamila erano troppi per le mie possibilità e gli spiccioli erano troppo pochi per il bisogno del vecchio.
Il vecchio prese il biglietto, lo guardò, lo rigirò tra le mani ossute, sospirò.
– Ecco, – pensai. – Invece di ringraziarmi, non è contento! Ne voleva di più!
– Ma come? – mi sorprese il vecchio. – Io mi umilio davanti a lei, e lei mi ripaga così?
Rimasi di sasso!
Dunque, quel vecchio poteva conoscere i miei pensieri? Conosceva la mia indecisione circa l’entità dell’elemosina? Ma ancor di più: Sapeva cosa stavo rimuginando pochi istanti prima che egli entrasse da me?
– Guardi che diecimila lire sono ancora una bella sommetta, – bofonchiai.
– E poi ho solo quelli, mi dispiace! – cercai di troncare la discussione, mentendo.
Ero ancora scosso.
Davvero quel vecchio, mai visto prima, era in grado di indovinare i miei pensieri?
Farfugliai qualche cosa, qualche convenevole per concludere il colloquio e mi alzai per salutarlo.
– E adesso dove andrà, – gli dissi quando fummo alla porta.
– Ma, non so, un po’ in giro, – rispose con fare distaccato.
Poi, illuminandosi, – Penso che andrò a far visita al Parroco! – disse compiaciuto.
– Sa, – aggiunse ammiccando, – Io, lo conosco bene! – concluse sorridendo.
Gli aprii la porta. Egli uscì e, dall’interno, lo vidi andare proprio nella direzione della canonica.
Che tipo strano, pensai richiudendo, proprio uno strano tipo!
E poi quando ha detto: – Ma come? Io mi umilio davanti a lei, e lei mi ripaga così? – ha indovinato esattamente quel che stavo meditando! Proprio uno strano tipo!
Passò qualche istante ripensando al vecchio e a quel che aveva detto, poi raggiunsi l’altra stanza e ripresi il mio lavoro.
Avevo appena iniziato, quando trillò il campanello alla porta.
– Sarà ancora lui, – pensai. – Avrà dimenticato qualche cosa!
Mentre raggiungevo la porta cercavo di ricordarmi di qualche oggetto che aveva in mano e che poteva aver dimenticato, ma non mi venne in mente niente.
Aprii la porta e, con sorpresa, mi trovai davanti un mio caro amico.
– Ciao S., entra, – gli dissi.
– Hai visto che tipo? – continuai, quando ebbi richiuso la porta.
– Quale? – fece lui.
– Come quale? – ribattei quasi deridendolo. – Quello che è uscito!
– Da dove? – replicò.
– Ma come da dove, da qui, no! – insistei.
– Quando? – disse lui, perplesso.
– Accidenti S., quando non vuoi capire... Sei arrivato qui in macchina o a piedi? – gli chiesi.
– In macchina, – rispose lui. – Ho parcheggiato proprio qui davanti!
– E non hai visto uno strano tipo uscire da qui, proprio mentre parcheggiavi? – lo interrogai, incredulo.
– Che tipo? – insisté lui.
– Uno alto alto, magro magro, vecchio vecchio. – gli risposi, sempre più preoccupato.
– No! – fu la sua risposta perentoria che non ammetteva repliche.
Dunque mi ero inventato tutto? Avevo sognato ad occhi aperti?
No di sicuro!
Calcolai mentalmente e velocissimamente il tempo che era trascorso da quando il vecchio era uscito: dunque, qualche attimo, forse dieci, venti secondi prima di riprendere il lavoro.
Altri dieci, o venti secondi, prima che suonasse il campanello. In tutto non più di trenta, quaranta secondi, ad occhio, compreso il serrato colloquio con S.
Con un balzo ero già fuori, in strada.
In trenta, quaranta secondi, il vecchio poteva aver percorso non più di cinquanta metri.
Sapevo già in quale punto della via l’avrei scorto, l’avrei senz’altro riconosciuto, anche da dietro, anche da lontano. A meno che non fosse entrato prima, magari, in qualche altra porta.
Nessuno.
Non c’era proprio nessuno sulla via insolitamente deserta. Né passanti, né automobili, né a destra e neanche a sinistra. Nessuno.
Non credevo ai miei occhi.
Eppure era qui! L’ho visto bene! Gli ho stretto la mano!
E non può essere arrivato già all’angolo. Un vecchio, un po’ malfermo sulle gambe!
E se anche fosse, ha detto che sarebbe andato a far visita al Parroco, e quindi avrebbe dovuto proseguire diritto! E da qui si vedrebbe ancora!
Allungai lo sguardo anche oltre il punto prefissato. Magari i pochi secondi che avevo calcolato erano in realtà qualche minuto!
La via era proprio tutta insolitamente deserta, fin dove lo sguardo poteva arrivare.
Strano, era tutto molto strano.
– Allora deve essere entrato per forza nella porta qui vicino. – mi dissi per tranquillizzarmi.
Rientrai nel laboratorio, ancora ripensando a quello strano incontro e a tutti i particolari del nostro colloquio. E a come il tipo mi aveva confidato di voler far visita al Parroco.
Con quale serenità, aveva detto quelle parole. E quel sorriso, poi!
Richiusi la porta alle mie spalle. S. era ancora lì, in piedi, nel suo cappotto verde.
– È successo qualche cosa? – mi chiese preoccupato.
– No. – risposi assorto. – Vieni, sediamoci.
– Ma davvero, non hai notato un tipo strano uscire da qui? – lo interrogai per la seconda volta.
– Devi averlo incrociato proprio qui vicino, avanti qualche metro, dato che la tua auto è girata verso di là. – avevo infatti notato, nella mia svelta uscita, l’auto di S., parcheggiata di là dalla strada e rivolta in direzione opposta a quella imboccata dal vecchio.
– Mah. Non so cosa stai farneticando, – rispose lui. – Comunque io non ho visto nessuno.
Allora era proprio così.
Il vecchio era sparito nel nulla!
Anziché affannarmi per quanto era successo, stranamente ero molto tranquillo.
Molto più tranquillo di prima. Tutto era sereno, e luminoso.
Nella prateria c’era una grande calma e i pensieri brucavano la tenera erba senza fretta.
Mi sorpresi che sorridevo.
E vedendo la faccia stupita di S. volli rassicurarlo.
– Pensa, – gli dissi con dolcezza. – Credo di aver fatto un bellissimo sogno. Ho sognato un vecchio che aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso.
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