CHE PAURA QUELLA SERA!

 

La pallida luna era offuscata dal passaggio di una grande nube scura che pareva la stesse divorando, come aveva già fatto con le stelle ora scomparse nel cielo.

In lontananza, bagliori e lampi preannunciavano l’arrivo di un temporale; si sentiva nell’aria una quiete strana, quasi un’attesa.

Guardò l’orologio e si accorse di essere in ritardo: Susan lavorava come cassiera serale in una multisala che si trovava dalla parte opposta della città.

Il suo turno iniziava alle nove di sera, ed erano già le otto e quaranta: considerando che doveva viaggiare per circa quindici minuti, era in stra ritardo.

Attraversò con passo svelto la stanza, si infilò il cappotto, arpionò la borsa, avviandosi verso la porta di casa, ed uscì.

Vedendo che il bus non era ancora arrivato, pensò che effettivamente non era poi così tardi e, dato che la fermata distava poche decine di metri da casa sua, se la prese un po’ comoda.

Si era appena incamminata, quando sentì un rumore di passi dietro le sue spalle e si stupì, perchè non aveva visto nessuno sulla strada, deserta, in quell’ora tarda.

Una sorta di inquietudine prese il sopravvento.

Il suo inconscio le disse che a pensar male non si sbaglia mai, così prese a camminare sempre più velocemente, ma la “cosa” che stava alle sue spalle fece altrettanto.

“Oddio! - pensò la ragazza - Dev’essere proprio un malintenzionato! Ma perchè il bus tarda così tanto?!”.

La paura si era ormai già impossessata di Susan che, spaventata, si mise a correre, ma, ancora una volta, l’ombra la seguì.

Un’altra ventina di passi, e sarebbe arrivata alla fermata del bus, anch’essa deserta, come la strada. “E adesso che faccio? Tra qualche minuto mi dovrò fermare, e questa “cosa” mi assalirà!”.

La ragazza era nel panico più totale, ma finalmente sentì il rombo del motore del suo autobus che le arrivava alle spalle: tirò un sospiro di sollievo e pensò che, da lì a poco, non avrebbe più dovuto preoccuparsi.

L’autobus avanzava piano, frenando: la “cosa” stava per raggiungerla, il suo cuore aumentò un po’ il battito, sentì i passi dell’ombra ormai vicinissimi a lei.

Arrivò il bus, si fermò con una stridula frenata, si aprirono lentamente le porte, Susan mise un piede sul gradino, spostò tutto il peso del suo corpo sulla gamba che si trovava già sulla vettura mentre le porte non erano ancora totalmente aperte, ma una mano scheletrica si posò sulla sua spalla, facendola rabbrividire.

Susan rimase immobile, pietrificata, pensò che ormai non c’era più niente da fare. Non si voltò, la paura era troppa..., ma sentì la voce della “cosa” che la chiamava: “Ehi, Susy! Sono io, Catherine! Stavo passando a trovarti, ma la luce della tua casa era già spenta. Mi sono ricordata che stasera dovevi lavorare solo dopo aver percorso il vialetto ed essere arrivata davanti alla tua porta, dove ho trovato il tuo cellulare. Tu sei sempre in ritardo, e ho pensato che ti fosse caduto; così ho cercato di raggiungerti, ma correvi così tanto che non ce l’ho fatta. Tieni!” La ragazza le porse il cellulare: era una sua amica. Susan si voltò, rinfrancata, con un timido sorriso, la ringraziò e la lasciò con un “ti chiamo più tardi”. Salì sul bus, si sedette, salutò l’amica e pensò che, fortunatamente, questa volta il suo inconscio si era sbagliato...

Aly

 

 

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