LA CHIESA DI S. ROCCO
La pestilenza del 1512-1513 deve aver portato grande detrimento al territorio bresciano, anche se spesso viene dimenticata - poiché non é stata ancora sufficientemente studiata - di fronte a quella ben più terribile del 1630.
Uno dei segni della gravità di quella epidemia é proprio fornito dalla costruzione della chiesa di S. Rocco di Verolavecchia, iniziata in seguito ad un voto di tutta la popolazione e ufficialmente stabilita con un atto del 15 marzo 1514.
Già però fin dal 1512 era iniziata la fabbrica o doveva sorgere una sorta di santellina nel luogo dove ora c'é la chiesa, forse al centro del piccolo lazzaretto di fortuna collocato tra il recetto (il cosiddetto Castello) ed il vero e proprio castello che si sviluppa intorno alla nuova parrocchiale.
Cosi, nel suo testamento del 23 novembre 1512, maestro Defendino q. ser Maffeo Bordonali di Verolavecchia, ammalato di peste e perciò "...jn strata juxta portam curtivj dicti testatoris sitam jn terra Veroleveteris jn contrata Porcelage...", ben distante dal notaio e dai testimoni, lasciava "...ecclesie divi Rochi site jn terra Veroleveteris ducatos decem dandos perjnfrascriptos suos heredes jn termino annorum quatuor ponendos jn fabricha aut jn paramentis jn dicta ecclesia juxta jn arbitrio et prout voluerint jnfrascripti sui filij...".
Tra il 1512 ed il 1514 i lasciti fioccarono numerosi come le morti dei devoti verolesi e così, in poco tempo, la chiesa venne completamente finita ed ancora oggi manifesta l'impronta di quegli anni.
La semplice pianta rettangolare si articola in tre campate di navata, divise un tempo da archi trasversi e coperte da un semplice tetto a capanna con travetti m legno e tavelle in cotto (nel Seicento plafonato) e in un presbiterio pentagonale.
Sull'esterno una zoccolatura di 80-90 cm. segnava tutto il perimetro, ma l'innalzamento del suolo circostante e del pavimento della chiesa l'hanno ora ridotta a poco più della metà.
Lungo l'imposta del tetto, all'esterno, correva una fascia in mattoni disposti ad archetti pensili; ancora nel Seicento la chiesa venne però sopraelevata di circa un metro ed ora tale corniciatura non segue più la gronda.
La visita di S. Carlo Borromeo del 1580 annota che la chiesa era affidata alla Scuola del Corpus Domini, fondata quasi insieme al nostro santuario nel 1512, e registra la presenza di un solo altare e la mancanza della sacrestia.
Il vescovo Giorgi nel 1599 ordinava che si completasse la costruzione del coro e sulla metà del Seicento, per iniziativa di don Ludovico Firmo, veniva aggiunta la cappella sul lato settentrionale, con un altare intitolato a S. Antonio di Padova.
Nel Catastico del Da Lezze del 1610 si dice che la chiesa é sotto il giuspatronato della Scuola del Corpus Domini e che ha un beneficio di tre piò e mezzo di terra goduto da un cappellano nominato dalla Scuola stessa.
Restauri radicali vennero compiuti nel 1865 e nell'occasione si accorciò il coretto ligneo dal quale un tempo i membri della Confratemita di S. Rocco seguivano le funzioni.
Questa Scuola che subentrerà poi nella gestione della chiesa a quella del
Sacramento, esisteva già nel 1602, anno nel quale veniva aggregata a quella di
Roma dal sacerdote bresciano don Pietro Baldassarri e nel 1619 otteneva
particolari indulgenze e privilegi dal cardinale Scipione Borghese.
Altre indulgenze venivano conseguite nel 1743.
L'esterno dell'edificio, completamente in mattoni a vista, manifesta ancora
nell'impianto, nella zoccolatura e nella decorazione dell'antica fascia di
gronda, l'origine del primo Cinquecento, anche se il rosone di facciata venne
sostituito nel Sei-Settecento da una grande finestra rettangolare e se - come si
é detto precedentemente - la chiesa é stata pure alzata di un metro.
Più difficile é scorgere all'interno le linee originarie, occultate dal piatto plafone che incombe sulla navata.
Gli ultimi diligenti restauri risalgono invece al 1980.
GIOVANNI BATTISTA CALABRIA (Pralboino (?) - Brescia (?) ). La Madonna con il Bambino tra i SS. Rocco e Sebastiano, Antonio Abate, Pietro e Nicola da Tolentino Olio su tela, cm. 173x153, firmato in basso Jo: baptista Calabresino/ex pra-talboino pingebat/MDLXXXXIIII.
La pala dell'altar maggiore, nonostante la data assai tarda, é un dipinto ancora calato nella tradizione del grande Cinquecento bresciano, con un'impostazione simmetrica di stampo foppesco e morettesco e con precisi rimandi al Romanino e a Pietro Marone nelle cromie brillanti e calde, nel modo corsivo di dipingere e nelle stesse fisionomie dei personaggi. Il pittore, provinciale ed ingenuo, é ancora tutto da studiare ed é documentato da quest'opera e da alcuni riferimenti archivistici; deve aver operato anche lungo la prima metà del Seicento, forse conferendo un deciso cambiamento al suo stile, adeguandolo alle suggestioni palmesche imperanti a Brescia nei primi decenni del XVII secolo.
FRANCESCO MAFFEI (Vicenza 1605 circa - Padova 1660), La Madonna con il Bambino, l'Angelo custode e i Santi Antonio di Padova, Luigi IX e Bernardino Olio su tela cm. 234x167,5.
Si deve al prof. Pagiaro la scoperta di questo importante dipinto che arricchisce il catalogo bresciano del Maffei e che fa supporre una presenza diretta del pittore nella nostra terra intorno al 1642.
La datazione di questa tela si può appunto collocare nello stesso torno di tempo della pala con l'Angelo custode e della tela con l'Ultima Cena, ambedue conservate nella vicina parrocchiale di Verolanuova.
Il nostro dipinto é però più fitto di personaggi e più convulso e barocco nella composizione e nello spiegarsi dei colori.
Opere come questa devono aver lasciato un profondo segno sul giovane Celesti e successivamente sul nostro Tortelli all'inizio del Settecento.
Sulla parete meridionale si trova un affresco del 1515 circa raffigurante La Pietá adorata dai Santi Francesco e Apollonio (?).
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